Urla, ansia e stress: così rischiamo di perdere i giovani calciatori. Qualche giorno fa ho condiviso sulla mia pagina Facebook un estratto di un articolo sullo stress dei ragazzi in campo.
Il post continua ad animare la mia bacheca, con commenti e opinioni molto diverse: c’è chi riconosce il problema, chi lo nega, chi punta il dito contro i genitori o i dirigenti e chi difende ancora l’idea che “i mister hanno sempre urlato e continueranno a farlo”.
Questo confronto dimostra una cosa chiara: il tema è vivo e divide. Ma i fatti parlano da soli. Sempre più giovani calciatori vivono il calcio con ansia e stress. Lo sport, che dovrebbe essere palestra di gioia e crescita, troppo spesso diventa fonte di paura e pressione.
La responsabilità non è solo di genitori o procuratori, ma anche di un modello di allenatore rimasto ancorato al passato: urlare, criticare, giudicare. Non è questione di “ragazzi più fragili”. È questione di conoscenze. Oggi sappiamo che la paura del rimprovero non migliora le prestazioni: al contrario, mina motivazione, autostima e piacere di giocare.
Il mister moderno non può più limitarsi alla tattica. Deve saper comunicare, riconoscere le emozioni, trasformare l’ansia in energia positiva. Un allenatore capace di motivare e guidare con empatia forma non solo atleti migliori, ma anche persone più sicure e resilienti.
Disciplina e impegno restano fondamentali, ma cambia la prospettiva: dal “controllo autoritario” alla “guida educativa”. I ragazzi non hanno bisogno di qualcuno che li sovrasti con le urla, ma di un coach che sappia accompagnarli nel loro percorso.
Il futuro del calcio giovanile passa da qui. Meno urla, più competenze. Meno paura, più fiducia. Solo così lo sport tornerà a essere quello che deve essere: un’esperienza di crescita, gioia e libertà di esprimersi.
E per voi, di chi è la responsabilità?

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