Allenare i giovani oggi: guidare, non urlare
Nei settori giovanili agonistici, dal calcio al basket, dal volley al pattinaggio, fino a tante altre discipline, la figura dell’allenatore sta vivendo un passaggio decisivo. Per fortuna, sempre più tecnici stanno capendo che oggi non basta saper organizzare un esercizio, correggere un gesto tecnico o preparare una partita. Serve molto di più. Serve formarsi sulla comunicazione, sull’intelligenza linguistica, sulla relazione educativa e sulle competenze di coaching.
È un cambiamento reale. Lo vedo ogni giorno nel mio lavoro: tanti allenatori scelgono di studiare, di mettersi in discussione, di acquisire nuove skill per imparare a guidare davvero un ragazzo, non soltanto ad allenarlo. Molti di loro si formano con me, e non a caso il mio libro più venduto nel calcio è Football Mental Coach: un segnale chiaro di quanto questo bisogno sia vivo, concreto, diffuso.
Del resto, in Italia moltissimi allenatori hanno respirato, direttamente o indirettamente, la cultura che Julio Velasco ha portato nello sport. Una cultura che rimette al centro il senso vero della leadership. Il leader guida, quindi sa dove vuole andare e dove vuole portare i suoi. Sa anche come arrivarci, in modo concreto. È autentico, perché i ragazzi si accorgono subito se uno recita. Ed è autorevole, non perché alza la voce, ma perché sa di cosa parla e soprattutto perché ciò che propone funziona.
Velasco ha sempre incarnato un principio fondamentale: l’allenatore non deve fare teoria astratta, deve trasferire qualcosa che migliori davvero la prestazione. Se il ragazzo applica una consegna e sta meglio, cresce, rende di più, allora nasce l’ascolto. L’autorevolezza vera nasce lì. Non nel teatro, non nella rabbia, non nella scenata. Anche il confronto è importante, certo. Ma i ruoli restano ruoli: il leader ascolta, poi decide. Perché allenare non significa cercare consenso. Significa guidare verso un obiettivo.
Eppure, accanto a questa evoluzione positiva, esiste ancora una zona oscura che non possiamo ignorare. Ci sono ancora troppi allenatori che con adolescenti e bambini si comportano come marines. Urlano a bordo campo, umiliano, aggrediscono verbalmente, distruggono panchine, lanciano oggetti in tribuna, scaricano sui ragazzi la propria frustrazione.
Nel pattinaggio, nel calcio, nel basket, nel volley: cambia il contesto, ma il copione è lo stesso. Allenatori che si lamentano dei propri atleti remissivi, bloccati, insicuri, svuotati. Ma spesso proprio quell’atteggiamento remissivo è il frutto di anni passati sotto una guida che non guidava: schiacciava.
Un ragazzo che cresce nella paura del rimprovero, nell’ansia dell’errore, nell’umiliazione pubblica, non sviluppa coraggio, autonomia e fiducia. Sviluppa difesa, chiusura, rigidità. E in alcuni casi i danni possono essere profondi, duraturi, persino irreversibili.
Per questo oggi formarsi come allenatore significa saper incidere sulla prestazione senza distruggere la persona. Significa insegnare ai propri atleti a usare le parole come strumenti di costruzione.
Formarsi come allenatori significa diventare una guida autorevole, lucida, competente, capace di tenere alta la richiesta senza perdere il rispetto.
Il futuro dello sport giovanile passa da qui: meno urla, più linguaggio, più leadership.
Meno ego, meno violenza mascherata da carattere. Più competenza, più linguaggio, più leadership vera. Perché un allenatore può migliorare un gesto tecnico. Ma può anche segnare, nel bene o nel male, la mente di una ragazza, di un ragazzo, per anni.
Se sei un allenatore, un istruttore o una società sportiva e vuoi lavorare su comunicazione, leadership e gestione del gruppo nei settori giovanili, puoi contattarmi per costruire un percorso formativo dedicato.
L’obiettivo è aiutare gli allenatori a guidare meglio, correggere senza distruggere, motivare senza urlare e trasformare il linguaggio in uno strumento concreto di crescita, responsabilità e prestazione.

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