Errore del portiere: il gioco al massacro e cosa insegnare ai giovani portieri
L’errore del portiere è uno dei temi più duri del calcio. Quando sbaglia un portiere, tutto si accende subito: replay, fermo immagine, titolo, dibattito, giudizio. In queste settimane è successo ancora, anche a portieri di alto livello come Di Gregorio e Kinský, finiti dentro una spirale pubblica fatta di errori, esposizione e pressione.
Nel caso di Di Gregorio, il momento difficile si è intrecciato con la perdita del posto. Nel caso di Kinský, l’impatto mentale è stato ancora più duro. Prima è stato scelto da Tudor al posto di Vicario, cioè del portiere titolare. Poi, dopo appena 16 minuti, con tre gol subiti e due errori molto gravi, è stato sostituito. Prima la fiducia piena, poi l’esposizione totale, poi il cambio pubblico. Per la mente di un portiere, una dinamica così rapida può trasformarsi in una ferita mentale molto profonda.
Cosa succede mentalmente dopo un errore del portiere
Il punto non è soltanto l’errore tecnico del portiere. Quello lo vedono tutti. Il punto vero è capire cosa succede nella testa di un numero uno quando l’errore diventa pubblico, ripetuto, discusso e quasi esibito.
Dopo un errore importante, un portiere può vivere vergogna, iperallerta, perdita di fiducia e paura del pallone successivo. Non gioca più solo il presente. Gioca anche l’azione che ha appena sbagliato e quella che teme di sbagliare ancora.
Ed è qui che cambia tutto. Si rompe la fiducia automatica. Il corpo non reagisce più con libertà. Il pensiero invade il gesto. Il portiere non legge più e non va con naturalezza: controlla, trattiene, dubita. Inizia a difendere la propria immagine invece della porta. E quando un portiere prova soprattutto a non sbagliare, spesso si sporca ancora di più.
Perché i giovani portieri vanno educati alla gestione dell’errore
Per questo la gestione dell’errore del portiere deve essere insegnata presto, soprattutto ai giovani. L’errore fa parte del ruolo. Non va negato, ma attraversato. Non toglie identità. Non dice da solo chi sei. Dice però molto su come ci rientri.
Il giovane portiere deve capire presto che questo è un ruolo speciale: l’errore è visibile, ricordabile e spesso decisivo. Se nessuno glielo spiega, rischia di vivere ogni sbaglio come un’anomalia personale: “solo io sbaglio così”, “solo io crollo così”, “solo io mi vergogno così”. Non è vero. Succede anche ai migliori portieri.
Cosa insegnare a un portiere dopo l’errore
Dopo un errore servono tre cose:
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un linguaggio pulito, non distruttivo
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un gesto di rientro semplice e immediato
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una lettura vera del ruolo
Fare il portiere non significa evitare per sempre l’errore clamoroso. Significa saper tornare portiere anche dopo averlo commesso.
La vera differenza per un portiere
Il punto non è non sbagliare mai. Il punto è non lasciarsi definire per sempre da uno sbaglio. Per un portiere, la differenza non la fa solo l’errore. La fa il rientro.
Se sei un giovane portiere, un genitore o un allenatore dei portieri e vuoi lavorare sulla gestione dell’errore, della pressione e del rientro mentale dopo una giocata difficile, puoi contattarmi per valutare un percorso di mental coaching per portieri.
L’obiettivo non è promettere un portiere che non sbaglia mai, ma aiutare il Numero 1 a costruire strumenti concreti per rientrare nel ruolo, pulire il dialogo interno e tornare presente dopo l’errore.

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