Nel mio lavoro ricevo molti feedback dai giovani portieri che seguo. Esperienze diverse, ma una percezione ricorrente: «Se qui sbagli, sei fuori». Quale credito di fiducia, dunque, riconosciamo ai giovani portieri?

Il caso di una società di Serie D offre uno spunto concreto. Un portiere, classe 2006, inizia il campionato da titolare. Nell’esordio vittorioso compie grandi parate e riceve pubblicamente gli elogi dell’allenatore. Segue un pareggio, senza responsabilità sul goal.

In una partita successiva commette un errore evidente. La squadra perde e dalla gara seguente il portiere non gioca più.

Un solo errore può cancellare quanto dimostrato prima?

Entra un secondo portiere, anche lui classe 2006: vittorie consecutive, clean sheet e grandi parate. Arriva poi un pareggio, senza responsabilità sul goal. In un successivo incontro, concluso in parità, commette un errore evidente.

Poco dopo viene ingaggiato un terzo portiere, classe 2007, presentato sui canali ufficiali come un rinforzo del reparto under.

Non conosciamo tutte le motivazioni delle scelte, ma quale messaggio può arrivare ai ragazzi? Quale credito di fiducia riconosciamo ai giovani portieri?

Si può rafforzare numericamente un reparto e, contemporaneamente, rischiare di indebolire la fiducia di chi lo compone. Il messaggio percepito può essere: «Quando sbaglio, quanto ho dimostrato non basta più».

Il nuovo arrivato merita le proprie opportunità. La riflessione riguarda il credito di fiducia riconosciuto a tutti i giovani coinvolti e si estende a tutti i giovani portieri e a tutti gli atleti adolescenti nei vari sport.

Sì, perché il credito di fiducia, oggi, sembra essere riconosciuto solo ai “grandi”.

È il paradosso della cultura dell’errore richiamato da Velasco: considerare lo sbaglio una dimostrazione di incapacità, mentre affermiamo che sia parte della crescita, soprattutto nei giovani atleti, quando in realtà si tratta di una vera e propria controcultura dell’errore.

Riconoscere un credito di fiducia non significa garantire la titolarità: significa analizzare insieme lo sbaglio, dare indicazioni pertinenti, andare oltre l’errore clamoroso e offrire possibilità di rimettersi alla prova, senza ridurre il ragazzo a quell’episodio.

La porta è una palestra di leadership: allena decisione, comunicazione, responsabilità e capacità di ripartire. Che anche gli adulti (addetti ai lavori e non) contribuiscano a renderla tale. Se il ragazzo impara soprattutto a proteggersi dalle conseguenze dello sbaglio, quanto spazio resta al coraggio?

Il credito di fiducia si misura proprio quando arriva un errore: quale percorso siamo disposti a offrire dopo?

Ne parlerò il 29 ottobre ad Arezzo, presentando Dentro la mente del giovane portiere alla XV edizione del Festival della Letteratura del Calcio e dello Sport.

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