Il significato che diamo all’errore. Le parole di Velasco e le risposte degli addetti ai lavori quando i ragazzi sbagliano.
Ne parlava molti anni fa Velasco: “Noi consideriamo l’errore una dimostrazione di incapacità, anziché qualcosa di assolutamente imprescindibile nel percorso di crescita”.
Guarda il video integrale di Velasco sull’errore.
Oggi il valore dell’errore nella crescita sembra un principio condiviso. Ma quando sbagliano i ragazzi, le reazioni degli adulti che lavorano sul campo raccontano, spesso, un’altra storia.
Un errore del portiere (soprattutto se giovane) può pesare più di tutto ciò che ha fatto bene. Da una giocata sbagliata si passa al giudizio sulle sue capacità. E se quel giudizio gli toglie il posto, perde anche l’occasione di mostrare come sa reagire.
Nella mia esperienza di mental coach, mi ha colpito il caso di un giovane portiere. Dopo un errore clamoroso, è rimasto fuori dalla partita successiva. Da settimane non gioca. Si è chiuso in se stesso, fatica a “rialzarsi”.
Non conosco tutte le ragioni della scelta tecnica. Ma una domanda rimane: quale significato stiamo consegnando a quel ragazzo?
Il calcio dei grandi ci mette davanti a un paradosso. Vediamo portieri commettere errori clamorosi e poi compiere parate straordinarie nella stessa partita. È successo anche a Josep Martínez dell’Inter contro il Real Madrid in champions league: un errore pesante, poi interventi eccezionali.
Le capacità non scompaiono dopo un errore. Lo sappiamo bene, eppure, con i giovani, incontro, per l’appunto, un’altra cultura ( se così si può definire).
«Qui, se sbagli, sei fuori».
Qualcuno lo dice apertamente. Altri lo fanno capire. Basta uno sguardo, un gesto, una fiducia ritirata. Il non detto sa essere chiarissimo.
Il portiere racconta il paradosso di tanti sportivi adolescenti: chiediamo coraggio, ma puniamo l’errore, insegnando che per avere spazio bisogna essere perfetti.
Ma se la perfezione non esiste, quale possibilità di crescita, dunque, gli stiamo offrendo, quale cultura?
Ecco, per favore, evitiamo di chiamarla “cultura della crescita”.
La cultura si vede quando i ragazzi sbagliano, rispetto a quali parole usare, quale fiducia mantenere e quale occasione offrire.
È lì che il nostro modo di leggere l’errore influenza il modo in cui i giovani atleti di ogni disciplina e ruolo imparano a guardare se stessi.
Dalla porta, difatti, arriva una domanda che riguarda tutti: Quando i ragazzi sbagliano, gli confermiamo la nostra fiducia o chiediamo perfezione?
Se pretendiamo la perfezione, abbiamo un serio problema “culturale”.

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