Nel calcio giovanile, quando si parla di leadership, si pensa spesso al capitano, al giocatore che trascina la squadra o a chi riesce a farsi ascoltare nello spogliatoio.

Ma esiste una leadership che viene prima di quella esercitata sugli altri: la leadership personale.

Per questo considero la porta come palestra di leadership. Il giovane portiere è continuamente chiamato a esporsi, scegliere, comunicare, assumersi responsabilità e rispondere a ciò che accade durante la partita.

Stare in porta significa innanzitutto esporsi. Le azioni del portiere sono spesso molto visibili. Un’uscita incerta, una scelta sbagliata o un pallone perso possono avere conseguenze immediate.

Il giovane portiere impara così a confrontarsi con la responsabilità del proprio ruolo.

Ma responsabilità non significa colpa.

Significa riconoscere ciò che dipende da sé, prendere decisioni e restare dentro il gioco anche quando qualcosa non è andato come previsto.

Anche per questo la porta diventa una palestra di leadership (guarda il reel dedicato a questo concetto) 

Il portiere deve scegliere continuamente: uscire o restare, intervenire o aspettare, giocare corto o lungo, comunicare con i compagni, guidare la linea difensiva. Spesso deve farlo in pochi secondi.

È qui che si allena l’autonomia: leggere una situazione, prendere una decisione e assumersene la responsabilità.

Un altro elemento fondamentale è la comunicazione. Il portiere osserva il campo da una posizione particolare e deve imparare a utilizzare la voce per dare informazioni, riferimenti e indicazioni utili ai compagni.

Poi c’è una delle sfide più importanti per ogni giovane portiere: sbagliare e ripartire.

L’errore può incidere immediatamente sul risultato. Proprio per questo il ruolo del portiere permette di allenare una competenza decisiva: evitare che ciò che è appena accaduto condizioni l’azione successiva.

È qui che il concetto di porta come palestra di leadership assume un significato ancora più profondo.

La leadership personale emerge nel modo in cui il giovane atleta gestisce il dialogo interno, orienta l’attenzione, ascolta ciò che accade nel corpo e costruisce una risposta efficace dopo una difficoltà.

Allenare un giovane portiere, quindi, non significa soltanto aiutarlo a parare meglio.

Significa accompagnarlo a esporsi, scegliere, comunicare, assumersi responsabilità e ripartire.

Sono competenze che appartengono al portiere, ma soprattutto alla persona e all’atleta che sta diventando.

Di questo parlerò anche il 29 ottobre 2026 alle ore 17.00, quando presenterò Dentro la mente del giovane portiere al Festival della Letteratura del Calcio e dello Sport di Arezzo, presso l’Auditorium AIA dello Stadio “Città di Arezzo”.

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